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Breve storia di Satyam e del centro

Fin da piccolo un desiderio mi accompagnava, riaffiorando continuamente sopra ogni altro: trovare una chiave di comprensione del mondo che avrebbe portato pace a me e a tutte le persone a me care. Mi tuffai nella lettura di tutto quello che mi capitava, per accorgermi presto che lo studio e la conoscenza che deriva dai libri riesce a dare solo un riflesso della vita ma non pretendere di sostituirsi ad essa. Mi ritrovai ben presto a sentire il limite del mio sforzo, iniziando ad intuire che l'esperienza vissuta si rivela una maestra ben superiore alla conoscenza intellettuale. Non riuscii tuttavia a mettere in pratica subito questa intuizione, proseguendo negli studi classici fino a laurearmi in Filosofia, con un costante sottofondo di frustrazione accompagnata dalla sensazione che mancava sempre qualcosa.
La lettura dei primi libri di Osho che erano stati tradotti da poco in Italia, mi accese una fiamma nuova. Non solo finalmente qualcuno si poneva come "maestro di vita", offrendomi un'esperienza diretta, ma asseriva con fermezza che la vera comprensione del mondo non nasce da un'osservazione esterna, ma dallo spostare la propria attenzione all'interno di noi stessi. Io, che al Liceo avevo imparato ad amare filosofi come Socrate, Eraclito, Pitagora, decisi che questa era l'unico modo per migliorare la mia vita e quella degli altri.
I risultati disastrosi dei movimenti studenteschi di quegli anni che avevano fallito nella realizzazione di un sogno che avevo condiviso e che vedevo frantumarsi creando di fatto una situazione opposta a quella auspicata, mi spingevano a cambiare decisamente direzione.
Fu allora che intrapresi un lungo viaggio per conoscere Osho e il suo esperimento di vita nella comune da lui creata a Poona, dopo aver percorso alcune tappe che mi portarono ad avvicinarmi al mondo orientale in India e Nepal, in particolare quello buddista. Dal primo incontro con Osho, non ho mai smesso quella ricerca costante dentro di me del "testimone", o sakshin, quell'osservatore che, in ciascuno di noi, non identificandosi con il proprio corpo-mente, ci indica la nostra natura profonda, vera e infinitamente superiore a quello che appare ai nostri sensi.
La meditazione come modo di vivere e non come pratica separata dal resto della quotidianita ha costituito la mia meta. Come affermano molti patriarchi dello zen, come possiamo sperare di fare un salto quantico nella nostra vita, dedicando anche un'ora al giorno alle tecniche di meditazione, rimanendo in uno stato non meditativo per il tempo rimanente?
Riconoscere Osho come maestro mi ha portato molti doni, primo fra tutti quello di rinforzare la mia passione e ricerca del vero. Questo significa il nome che ho ricevuto da lui e lo sperimento giorno dopo giorno. Non si tratta di una Verita con la V maiuscola, qualcosa di assoluto e rigido, ma quello che si rivela vero nel momento, per me, qualcosa di molto semplice e autentico. Quando la tocco, la percepisco semplicemente come qualcosa di universale che si manifesta in miliardi di frammenti individuali per poi riflettere il Tutto, come un ologramma.
Un altro regalo di Osho: l'apertura verso ogni strada, la resilienza e l'eclettismo che, unendosi al coraggio di continuare ad esplorare senza fermarsi e senza diventare superficiale, si trasforma in uno stimolo a confrontare e unire il meglio di ogni percorso fino a trovare la mia via, unica e irripetibile.
Osho ha il grande merito di aver fatto conoscere al mondo l'esistenza di tanti maestri di ogni tradizione, alcuni sottovalutati o ignorati. Ne ha trovato i punti comuni e non le differenze, spaziando dall' Oriente all'Occidente, dal mondo antico fino ai contemporanei. Ci ha sempre invitato a sperimentare ogni tecnica di meditazione per trovare quelle che funzionano per noi, mettendoci in guardia dal pericolo di imitare i grandi del passato, incoraggiandoci a scavare fino a trovare la nostra guida interiore, quello che in India si chiama Sat-Guru.
Quindi non mi sono limitato a praticare tecniche di meditazione, ma ho continuato a percorrere numerosi sentieri di introspezione, ispirati a varie scuole di Psicologia del profondo o a tradizioni orientali che andavano dalla Programmazione Neuro Linguistica all'Ipnosi Ericksoniana, dal Counseling al Rebirthing e alle Costellazioni Sistemiche, dal Reiki all'uso del Koan Zen. Ognuna delle esperienze fatte mi aveva in qualche modo arricchito e aperto nuovi orizzonti, nuovi modi di pensare, sentire e agire, fornendomi strumenti preziosi sia per me stesso che da offrire poi ad altri.
Mi mancava comunque un ponte che rompesse una barriera tra i due percorsi. Osho me lo aveva indicato ma esistevano comunque ancora zone oscure, soprattutto nei miei compagni di avventura. Taluni sottilmente rinnegavano il valore di un lavoro paziente nel proprio mondo inconscio, affidando tutto a un "divino", alternativamente vissuto come fuori o dentro di noi. Altri continuavano a guardare con sospetto o diffidenza tutto quello che non rientrasse in canoni tradizionali, riconducibili ai grandi padri fondatori del lavoro dell'inconscio: Freud, Jung e i loro successori.
L'incontro con Faisal Muqaddam, fondatore del Diamond Logos Teachings, mi ha fornito uno strumento formidabile per mettere insieme psicologia e mondo spirituale. All'inizio ho dovuto lasciar andare parte del bagaglio collezionato in tanti anni, rimettendo in discussione nuove convinzioni che, avendo ormai svolto il lavoro prezioso di scardinare quelle precedenti, stavano diventando a loro volta obsolete, dimostrandosi un nuovo ostacolo sulla via di un'esplorazione aperta.
Il nuovo paradigma del Diamond Logos consiste nella rottura di uno schema mentale che considera l'ego come un nemico da abbattere per poter realizzare la propria natura divina. Al contrario di vecchie tradizioni spirituali che pongono l'accento sulla dissoluzione della struttura dell ego per conseguire la liberazione, o Illuminazione, qui la natura essenziale dell'individuo coesiste semplicemente ad un livello superiore a quella del corpo-mente e si tratta solo di riconoscere il nostro ego, senza alcun bisogno di combatterlo, per lasciare emergere il nostro essere individuale, o Se superiore.
Il sollievo di tale nuova prospettiva che pone l'accento sulla consapevolezza e l'accettazione di se stessi, lasciando andare ogni sforzo di una ricerca di scorciatoie inesistenti, mi ha permesso di fare un salto qualitativo notevole nella mia vita, aprendo una nuova fase di maturazione.

Nel frattempo, era il 1990, mentre il mio percorso personale proseguiva, avevo aperto io stesso un centro di meditazione, una decina di anni dopo il primo viaggio a Poona e appena qualche mese prima che Osho lasciasse il corpo.
L'obiettivo principale era quello di condividere le mie esperienze, offrendo un luogo e degli strumenti a tutti coloro che erano assetati di una ricerca simile alla mia. Le proposte riflettono quello che ho vissuto e sperimentato in prima persona.

Tratto da: Paola Giovetti, Luoghi di meditazione, di pellegrinaggio, di spiritualità in Italia, Mediterranee, edizioni Mediterranee, 2011

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